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Intervista a Rossella Bottacin

Riportiamo qui il testo integrale dell'intervista a Rossella Bottacin, pubblicata sul mensile Audiophile Sound.

Rossella Bottacin ha 39 anni, è diplomata in Didattica della Musica, Organo e Composizione Organistica e Canto Lirico. Insegna musica e vocalità, canta nel Coro dell’Arena di Verona per la stagione estiva da 8 anni, e da 11 dirige l’Insieme Vocale Affetti Sonori.

D. Cominciamo dal principio: generalmente nel nome di un gruppo si riassume la propria storia e la propria identità. Perché Affetti Sonori ?

R. Ha proprio ragione, bisogna partire dal principio. L’insieme Vocale, nella semplicità con cui spesso accadono queste cose, si è formato 11 anni fa per cantare al matrimonio di un amico comune. Il successo tra parenti e conoscenti è stato tale che nei mesi successivi, per non correre il rischio di scontentare qualcuno, le celebrazioni religiose (e non mi riferisco esclusivamente ai matrimoni…) si sono susseguite senza tregua. Dopo un simile  “rodaggio” iniziale, questo piccolo gruppo di parenti e amici si è accorto di essere in grado di suscitare emozioni in chi li ascoltava. Immancabile, a questo punto, è stato il desiderio di “uscire allo scoperto”, di capire se le stesse emozioni e lo stesso trasporto potevano essere trasmessi anche ad un pubblico più distante, meno conosciuto. In una parola: più critico. Da qui l’esigenza, tra le altre cose, di trovare una propria identità. Il nome Affetti Sonori richiama nel significato originale del ‘600 i cosiddetti “Affetti musicali” (le coloriture melodiche usate in funzione espressiva dai monodisti fiorentini). Inoltre  racchiude il senso del gruppo così come è nato: il profondo affetto che ci lega e la vibrazione del suono come mezzo per comunicare le nostre emozioni…

D. Mi sembra di capire che le emozioni, tanto le vostre quanto quelle di chi vi ascolta, siano l’elemento chiave intorno al quale ruota la vostra attività…

R. E infatti il nostro motto è Emozionarci per Emozionare. Tutte le forme d’arte sono potenti mezzi di comunicazione la cui forza consiste nella capacità di evocare sentimenti e sensazioni. Noi ovviamente utilizziamo quello che meglio conosciamo, ovvero il canto. Non ci sarebbe tuttavia possibile comunicare emozioni se prima non le avessimo vissute sulla nostra pelle: la differenza, per quanto banale possa sembrare, è che noi non vogliamo parlare di emozioni, ma trasmetterle.

D. Perché avete scelto il Gospel, un genere tipicamente distante dalla nostra cultura ?

R. Anche se siamo orientati a tutta la musica sacra, il Gospel è sicuramente il genere in cui per ora ci identifichiamo maggiormente. E’ come se l’approccio alla dimensione intima, alla spiritualità, alle cose della vita venissero osservate da un altro punto di vista. Un esempio: in Italia l’educazione cattolica ci vieta di muoverci o ballare al ritmo di un canto durante una funzione religiosa. La stessa cosa può invece essere considerata normale in altre parti del mondo. L’espressione delle emozioni può solo essere arricchita dalle differenze culturali: lo spostare il punto di osservazione, il modificare la prospettiva, ci aiuta a completare la nostra esperienza, a viverne ogni sfaccettatura.

D. Come risponde il pubblico durante i concerti ?

R. Il nostro obiettivo, durante i concerti, è quello di accompagnare chi ci ascolta in un’esperienza diversa. Cerchiamo di trasmettere ciò che noi stessi proviamo, compresa l’emozione e l’adrenalina che solo un’esibizione dal vivo ci può regalare. Il coinvolgimento del pubblico, il battito di mani, l’energia che si sprigiona da un applauso: noi cerchiamo di amplificare tutto questo, di rielaborarlo, di far sì che chi ci ascolta possa immergersi in queste sensazioni al contempo esaltanti e liberatorie. Che possa uscirne rigenerato. E credo che tutto questo il pubblico lo senta, lo viva. L’assenza di un impianto di amplificazione e l’esiguo numero di strumenti impiegati (si tratta di scelte musicali precise) contribuiscono probabilmente a creare una sorta di rapporto diretto con il pubblico, senza filtri o interventi tecnologici.

D. Di quali strumenti vi servite normalmente e perché avete scelto di cantare senza un impianto di amplificazione ?

R. L’impianto di amplificazione, per quanto evoluto o tecnologicamente avanzato, taglia sempre alcune frequenze. Nella mia visione del suono, inteso come vibrazione, tutte le frequenze contribuiscono a trasmettere le emozioni, a far girare l’energia. La scelta di impiegare pochi strumenti, oltre al fatto di rinunciare ad una sezione ritmica, è invece indirizzata al voler sottolineare la centralità del coro e delle voci. Intendiamoci, i professionisti come Gianluca Carnio e Giovanni Masiero che ci accompagnano rispettivamente alla tastiera e al sassofono sono musicisti di prim’ordine: entrambi contribuiscono, con la loro esperienza e competenza, a migliorare costantemente ciò che facciamo. Proprio in quest’ottica, il loro ruolo diventa ancora più difficile e prezioso: il dialogo musicale tra voci e strumenti si fonde in una sinergia di emozioni..

D. Ha appena citato due scelte musicali importanti. Parliamo un po’ di lei. In che modo la sua formazione e le sue esperienze influiscono sul suo lavoro e sul gruppo che dirige ?

R. Tutte le mie esperienze, in qualche modo, condizionano gli Affetti Sonori. Io vengo da una formazione prevalentemente classica. E’ innegabile una impostazione quasi lirica dell’Insieme Vocale, così come le nette influenze occidentali sono più che evidenti (una su tutte, l’assenza delle cosiddette voci nere). Fortemente condizionate dalle mie esperienze ed in continua evoluzione sono  anche le dinamiche ed i colori musicali del repertorio. Anch’io del resto, come tutti quelli che fanno questo mestiere, sono in continua crescita e cambiamento. Gli elementi della mia formazione che considero fondamentali sono però due. Da un lato l’incontro con il canto funzionale (metodo Rohmert), che per me è stato fondamentale e decisivo nella scelta di fare la cantante. Attraverso quest’esperienza (non ancora conclusa) ho maturato la convinzione del suono come entità divina primordiale (In principio era il Verbo…). In questa visione del canto noi siamo gli strumenti: dobbiamo solo lasciarci attraversare dal suono. Dobbiamo lasciarci suonare. Dall’altro c’è sicuramente, per quanto riguarda il canto lirico, la guida del Maestro Paolo Vaglieri, sommo conoscitore dei segreti dell’apparato vocale nonché musicista dalla squisita sensibilità espressiva, che nei momenti difficili riesce sempre a ricordarmi perché ho scelto di cantare. Tutto questo, ovviamente, senza dimenticare i giorni in cui prestavo servizio come organista in chiesa o il coro giovanile che ancora oggi seguo, e che alimenta ed esprime la mia fede, nonostante tutte le contraddizioni della Chiesa d’oggi.

D. Veniamo ora a ONE: si tratta del vostro primo CD…

R. Esatto. Già da qualche tempo stavamo pensando alla possibilità di incidere qualcosa, ma la decisione definitiva è stata presa solo negli ultimi mesi. Dopo l’estate dello scorso anno abbiamo iniziato a pensare ad un nuovo repertorio, ma avevamo la forte sensazione che ancora mancasse qualcosa, come l’impressione di aver lasciato un lavoro a metà o che vi fosse qualcosa di non detto. Con ONE non abbiamo voluto creare uno “spartiacque” tra due diversi momenti della vita del gruppo, quanto piuttosto “fissare” il lavoro fin qui svolto: una fotografia che ci rappresentasse nel modo di cantare e nello stile per quello che è oggi.
Ragionando sul CD, la difficoltà maggiore che abbiamo trovato è stata quella di cercare di tradurre l’esperienza tipicamente live su un supporto digitale. Una esibizione dal vivo consente un rapporto diretto e colloquiale con il pubblico, ma saremmo riusciti ad ottenere lo stesso risultato con un CD? Abbiamo quindi pensato ad un prodotto facilmente fruibile, semplice e diretto nelle sonorità e nello stile, che permettesse da un lato a chi ci ha ascoltato durante un concerto di riconoscerci in ciò che cantiamo, e dall’altro desse la possibilità a chi ancora non ci conosce di apprezzare il nostro modo di fare musica.      

 

D. E cosa ci proponete con ONE ?

R. Si tratta di una raccolta di 12 celebri brani della tradizione gospel e spiritual. Abbiamo voluto guidare l’ascoltatore attraverso un percorso fatto di stati d’animo, di colori e di contraddizioni. Passiamo dalla gioia (Oh Happy Day) alla nostalgia (Give Me That Old Time Religion), dalla solitudine (Sometimes I Feel) all’estasi (Amazing Grace). Passiamo attraverso colori come quelli delle fiamme che ci divorano in Didn’t My Lord Deliver Daniel, e attraverso contraddizioni culturali che mai ci farebbero pensare a Swing Low Sweet Chariot come ad una marcia funebre. In ogni pezzo abbiamo cercato di rielaborare e riproporre la spiritualità diretta, semplice e immediata, del genere gospel.

D. Ho capito. Possiamo fare due brevi battute su ciascun brano che ci avete presentato? Per esempio, Amen

R. Amen è un brano interamente cantato a cappella che ripercorre i momenti della nascita di Cristo. L’incessante “Così sia”, che fa da intercalare alle parti soliste, vuole richiamare la gioiosa spontaneità e lo spirito di appartenenza ad un gruppo di fedeli in occasione della natività.

D. Il tema della natività viene ripreso anche in Mary Had A Baby, o sbaglio ?

R. E’ esatto. In questo brano, che come la maggior parte dei pezzi è cantato in slang, ritroviamo le origini del genere gospel. La parola gospel viene infatti da “god spell” ovvero “good news” (in italiano la “lieta novella”). Anticamente la parola gospel indicava le sacre scritture, e solo più recentemente è diventata sinonimo di un genere di musica religiosa.

D. Per quanto riguarda Amazing Grace ?

R. Amazing Grace parla di errori e pentimenti, di morte, di fede e speranza. E’ un brano decisamente complesso e dagli innumerevoli colori che culmina con il forte finale nella certezza di una vita dopo la vita, fatta di pace e gioia.

D. Passiamo a Sometimes I Feel

R. Questo pezzo evoca tristezza, solitudine, e richiama quei momenti della vita di ciascuno di noi in cui ci sentiamo abbandonati e distanti da tutto. L’improvvisazione con il sassofono, in apertura e in chiusura, amplifica quel senso di sconforto. Nella riflessione e nella preghiera troviamo conforto e nuova speranza.

D.  Didn’t My Lord Deliver Daniel ?

R. Didn’t My Lord Deliver Daniel è un grido di rabbia, di ansia e dolore… Divorati dalle fiamme ci domandiamo perchè il Signore ha salvato il profeta Daniele e non salva tanti altri uomini che muoiono ingiustamente ogni giorno? Il ritmo incessante, scandito dal pianoforte, e un sassofono fortemente votato al rock, oltre agli effetti vocali dei bassi e dei tenori, sostengono la tensione ed il dramma.

D. E in Give Me That Old Time Religion ?

R. Anche in questo pezzo il pianoforte e le voci maschili scandiscono il tempo, mentre soprani e contralti portano avanti il tema centrale. La “vecchia religione di un tempo” era fatta di cose semplici e di sentimenti comuni. Noi cerchiamo di riproporre anche dal punto di vista delle sonorità la nostalgia e la semplicità di cui parla il brano.

 

D. Nobody Knows The Trouble I’ve Seen ?

R. Questo brano ci riporta alla tristezza ed al timore del male che regna sulla terra, ma anche al riscatto nella preghiera e nel seguire la retta via. L’armonizzazione delle parti (il brano è cantato a cappella), l’uso dei piano e dei forte, così come le brusche accelerazioni e gli improvvisi rallentamenti, vogliono sostenere il colore ed il movimento del pezzo nell’ambito di una sonorità decisamente vintage.

D. Che mi sembra riprendiate anche in Deep River

R. Esattamente. Con ONE non abbiamo cercato sensazionalismi o effetti sorpresa, e quindi anche il passaggio da un brano all’altro, sotto il profilo musicale, vuole essere morbido e graduale… Sempre per la semplicità di cui si parlava prima... Solo che a differenza di Nobody Knows The Trouble I’ve Seen, Deep River rappresenta un inno alla vita ultraterrena e spirituale dell’anima, all’acqua del fiume Giordano, al ritorno nella casa del Padre.

D. Veniamo a Kumbayah…

R. Kumbayah è un brano certamente famosissimo (le prime pubblicazioni risalgono al 1920 ad opera dei Gullah, afro-americani delle regioni costiere della Georgia e della Carolina del sud – la sua traduzione da un probabile pidgin africano-inglese è “vieni con noi”). E’ anche un brano leggermente atipico, per quanto riguarda ONE: utilizza le percussioni. Ovviamente questa scelta si è resa necessaria per la forte contaminazione tribale con cui Kumbayah parla di canto, di risa, di preghiera e di morte… Tutte facce della stessa medaglia: la vita.

D. Prima diceva che Swing Low Sweet Chariot rappresenta una contraddizione…

R. Certo. Se ascoltiamo Swing Low Sweet Chariot ci resterà senz’altro in mente questo particolare motivetto. In un certo senso mette allegria… E nonostante tutto si tratta di una marcia funebre: dondola piano dolce carretto, riportami a casa. La contraddizione è una contraddizione sociale e musicale, riferita al fatto che difficilmente in Italia possiamo pensare ad un brano allegro cantato ad un funerale. Tuttavia Swing Low infonde serenità. La serenità con cui tutti noi vorremmo pensare alla morte e a ciò che viene dopo.

D. E con Climbing Jacob’s Ladder ?

R. La scala di Giacobbe rappresenta la retta via, il percorso di redenzione per avvicinarci a Dio: ogni gradino ci porta più in alto. In questo brano le voci giocano tra loro in ripetizioni e marcati forte e piano, per sottolineare l’idea di movimento.

D. E per finire, parliamo di Oh Happy Day…

R. In realtà dovremmo, a questo punto, spendere anche due parole sul finale… ma parliamo prima di Oh Happy Day. Innanzitutto non avremmo potuto fare a meno di inciderlo: sarebbe stato un po’ come tradire le aspettative di chi ci ascolta. ONE è pur sempre una raccolta di brani famosi. Inoltre per noi ha un significato particolare. Anche durante i concerti è il pezzo di chiusura, e viene lasciato ampio margine di improvvisazione non solo agli strumenti (riuscirà mai Gianluca a fare una introduzione uguale ad un’altra ?) ma anche alle voci: si tratta di un brano decisamente liberatorio, in cui riusciamo a scaricare la tensione accumulata durante il concerto…

 

D. Il Finale, diceva… L’ultima traccia è solo strumentale…

R. Esatto. Si tratta di un breve pezzo di pianoforte nato in sala di registrazione. Gianluca ha iniziato ad improvvisare un’introduzione per Sometimes I Feel, ma si è lasciato un po’ “prendere la mano” rispetto alle prove. Il coro è rimasto letteralmente affascinato da questi pochi secondi di musica, ed ha deciso di conservarli su ONE. Probabilmente per chi ci ascolta non ha molto senso, ma questo è un piccolo regalo che ci siamo concessi…

D. L’organizzazione di una registrazione richiede generalmente molto impegno. Voi come l’avete vissuta ?

R. I problemi da risolvere per registrare ONE sono stati parecchi, non ultimo il budget irrisorio di cui disponevamo. Un secondo problema è stato quello di reperire una sala di registrazione con le caratteristiche adeguate: doveva essere in grado di contenere tutto il coro (circa 25 persone più i musicisti) ed avere preferibilmente un riverbero naturale. Da questo punto di vista devo dire che siamo stati decisamente fortunati ad incontrare Marco Lincetto che, con la sua competenza e professionalità, ci ha ospitati presso la Magister Recording Area. Una forte esigenza è anche stata quella di avere qualcuno in cabina di regia, assieme a Marco, che fosse un musicista, conoscesse il coro ed il suo repertorio, e fosse in grado di guidarci “dall’esterno” con osservazioni e considerazioni sulle esecuzioni (anche perché la registrazione, per motivi di costi, è stata effettuata tutta in una giornata!). Proprio per questo devo ringraziare Francesco Garbin: senza il suo prezioso aiuto non saremmo certamente riusciti ad ottenere questi risultati. Infine c’è tutta la parte “informatica”, dalla progettazione della copertina del disco (fortunatamente alcuni membri del gruppo hanno un’agenzia di grafica pubblicitaria) alla post produzione e all’editing (che è stato ridotto al minimo essenziale). E tutto questo per non parlare degli imprevisti e delle difficoltà che comporta il mettere d’accordo 25 persone (per non parlare di figli, mogli e mariti)…

D. Cosa c’è nel futuro prossimo degli Affetti Sonori ?

R. Prima di tutto c’è la voglia di continuare a cantare. Inoltre i tempi sono anche maturi per un nuovo repertorio, sicuramente più ricco e dalle sonorità più complesse. A questo proposito, la cosa che ancora riesce a lasciarmi piacevolmente colpita è come i coristi, tutti non professionisti, raccolgano con entusiasmo e grinta la preparazione di ogni nuovo brano, sacrificando parte della loro vita in favore di prove spesso estenuanti. Infine (ma non voglio sbilanciarmi troppo) è in cantiere qualcosa di totalmente nuovo: per ora posso solo dire che ci sto lavorando personalmente, che è pensato appositamente per gli Affetti Sonori e che non si tratta di Gospel…